24) Fromm. Una societ pu essere ammalata.
Erich Fromm (1900-1980) considera qui il rapporto fra societ e
natura umana, sotolinenando come le condizioni imposte dalla
societ e dalla cultura allo sviluppo psichico, in quanto
contrastano con i bisogni dell'individuo, possono creare la
malattia dell'intera societ. Fu questa la convinzione espressa
da S. Freud nel Disagio della civilt; e da queste premesse
procede anche la riflessione che svolge E. Fromm in queste pagine.
E. Fromm, Psicoanalisi della societ contemporanea, 2.
Parlare di una societ intera come psichicamente ammalata comporta
implicitamente l'accettazione di un'ipotesi controversa e
contraria alle posizioni del relativismo sociologico condivise
dalla maggior parte dei sociologi contemporanei. Essi
presuppongono che ogni societ sia normale in quanto funziona, e
che la patologia possa esser definita soltanto nei termini di un
mancato adattamento individuale al tipo di vita proprio di tale
societ.
Parlare di societ sana comporta premesse diverse da quelle del
relativismo sociologico. Ed ha senso solo se presumiamo che ci
possa essere una societ che non sia sana; questa ipotesi, a sua
volta, presuppone, per quanto riguarda la salute mentale,
l'esistenza di criteri di giudizio universalmente accettati,
validi per giudicare il genere umano come tale, e secondo i quali
si possa giudicare la salute di una qualsiasi societ. Questa
posizione di umanesimo normativo  basata su alcune premesse
fondamentali.
La specie uomo pu essere definita non soltanto in termini
anatomici e fisiologici; i suoi membri hanno in comune anche
qualit psichiche fondamentali, le leggi che governano le loro
funzioni mentali ed emotive, e lo scopo di dare una soluzione
soddisfacente al problema dell'umana esistenza. In effetti la
nostra conoscenza dell'uomo  ancora troppo incompleta perch sia
possibile dare una definizione soddisfacente dell'uomo sotto
l'aspetto psicologico. E' appunto compito della scienza
dell'uomo definire esattamente cosa si debba intendere per natura
umana. Spesso per natura umana si intende semplicemente una delle
sue diverse manifestazioni, spesso una manifestazione patologica,
e per lo pi tale errata definizione ha la funzione di difendere
un particolare tipo di societ, come se questo fosse il necessario
prodotto della struttura mentale dell'uomo.
Contro tale uso reazionario del concetto di natura umana, i
liberali fin dal diciottesimo secolo hanno insistito sulla
capacit di adattamento della natura umana e sull'influenza
decisiva dei fattori ambientali. Anche se vera ed importante,
questa affermazione ha indotto molti sociologi a ritenere che la
struttura mentale dell'uomo sia carta bianca su cui la societ e
la cultura scrivono il proprio libro, e che di per se stessa non
possiede alcuna qualit intrinseca. Questa ipotesi  in effetti
non meno insostenibile e distruttiva per il progresso sociale di
quanto lo fosse il punto di vista opposto. Il problema  di
estrarre il nucleo comune a tutto il genere umano dalle molteplici
manifestazioni dell'umana natura, sia normali sia patologiche,
cos come le osserviamo in individui e culture diverse. Bisogna
inoltre scoprire le leggi inerenti alla umana natura, e le mete
del suo sviluppo e del suo manifestarsi.
Tale concetto di natura umana si differenzia dall'uso
convenzionale del termine. Effettivamente, come l'uomo trasforma
il mondo che lo circonda, cos, nel processo storico, egli
modifica anche se stesso. Egli , per cos dire, la sua stessa
creazione. Ma come l'uomo pu trasformare e modificare gli
elementi naturali che lo circondano soltanto secondo la loro
particolare natura, cos egli pu modificare se stesso soltanto
rispettando la propria natura. L'attivit dell'uomo nel processo
storico sta nello sviluppare questo potenziale attivandolo secondo
le possibilit ad esso inerenti. Questo punto di vista non  n
biologico n sociologico, se con ci si mirasse a separare tra
loro questi due aspetti. Esso piuttosto trascende tale dicotomia,
supponendo che le diverse passioni e i diversi stimoli umani
risultino dalla esistenza totale dell'uomo, che queste passioni e
questi stimoli siano definiti e accettabili, alcuni atti a portare
alla salute e alla felicit, altri alle malattie e all'infelicit.
Un dato ordinamento sociale non crea queste esigenze fondamentali,
ma determina il ristretto numero di passioni latenti che devono
diventare esplicite e dominanti. L'uomo, quale appare in una data
cultura,  sempre una manifestazione della natura umana, una
manifestazione tuttavia che, nella sua specifica estrinsecazione,
 determinata dalla struttura sociale in cui egli vive. Difatti
come un bambino nasce con tutto il suo potenziale umano che si
dovr sviluppare in circostanze sociali e culturali favorevoli,
cos il genere umano nel corso del processo storico si sviluppa
nell'ambito delle proprie potenzialit.
Il punto di vista dell'umanesimo normativo  sostenuto dalla
convinzione che, come in altre questioni, anche per il problema
dell'esistenza umana vi sono soluzioni giuste ed errate,
soddisfacenti e insoddisfacenti. La salute mentale viene raggiunta
se l'uomo si sviluppa, sino a raggiungere la maturit completa, in
accordo con le caratteristiche e le leggi della natura umana, e le
malattie mentali consistono in un mancato sviluppo in questo
senso. Date tali premesse, il metro di giudizio della salute
mentale non sar stabilito in rapporto all'adattamento individuale
in un dato ordinamento sociale, ma dovr essere universale, valido
per tutti gli uomini, e in grado di dare una risposta
soddisfacente al problema dell'esistenza umana.
Ci che trae specialmente in inganno quando si considerino le
condizioni mentali dei membri di una societ,  la convalida
consensuale dei loro concetti. Si ritiene ingenuamente che, se
certi sentimenti o certe idee sono condivisi dai pi, essi sono
giusti. Niente  pi lontano dal vero. La convalida consensuale in
s non ha nulla a che vedere con la salute mentale. Come c' una
folie  deux, cos c' una folie  millions. Il fatto che milioni
di persone condividano gli stessi vizi non fa di questi vizi delle
virt, il fatto che essi condividano tanti errori non fa di questi
errori delle verit, e il fatto che milioni di persone condividano
una stessa forma di malattia mentale non fa che questa gente sia
sana.
C' tuttavia una differenza importante tra malattie mentali
individuali e sociali, che suggerisce una differenziazione tra i
due concetti: quello di deficienza e quello di nevrosi. Se una
persona non riesce a raggiungere libert, spontaneit e genuina
espressione di s, si pu ritenere che essa abbia delle gravi
forme di deficienza, sempre che si creda che libert e spontaneit
siano delle mete obiettive raggiungibili da ogni creatura umana.
Se poi questa meta non  raggiungibile dalla maggioranza dei
membri di una data societ, allora abbiamo a che fare con il
fenomeno di una deficienza socialmente strutturata. L'individuo la
condivide con molti altri, ma non crede si tratti di una
deficienza e la sua sicurezza non  minacciata dalla
consapevolezza di essere diverso, di essere, per cos dire, un
proscritto. Ci che pu aver perso in ricchezza, in sentimento
genuino di felicit,  compensato dal senso di sicurezza datogli
dall'adattamento al resto dell'umanit, sempre per com'egli la
vede. In effetti pu avvenire che proprio questa deficienza sia
stata elevata a virt dalla sua cultura, e che pertanto gliene
derivi un accresciuto sentimento di successo.
Potrebbe valere come esempio il senso di angoscia e di colpa che
le dottrine di Calvino hanno destato negli uomini. Si potrebbe
dire che la persona oppressa dal senso della propria debolezza e
indegnit, da comuni dubbi sulla salvezza o condanna della propria
anima, che  difficilmente capace di gioia genuina, soffra di una
grave deficienza. Tuttavia questa stessa deficienza concordava col
sistema culturale, era considerata degna di particolare stima, e
l'individuo era cos protetto rispetto alle nevrosi che lo
avrebbero colpito in una cultura dove uguali deficienze gli
avrebbero causato un sentimento di profonda insufficienza e di
isolamento.
Spinoza formul molto chiaramente il problema della deficienza
socialmente strutturata. Egli disse: Vi sono uomini presi con
grande violenza da un'unica passione: tutti i loro sensi sono cos
eccitati da un unico oggetto che essi lo hanno presente anche
quando quest'oggetto non c'. Se ci si verifica mentre una
persona  sveglia, noi diciamo che costui vaneggia. [...] Ma se
l'avaro pensa soltanto al denaro e ai suoi beni, e l'ambizioso
soltanto alla gloria, noi non li riteniamo pazzi, ma solo
disgustosi e, generalmente, li disprezziamo. In effetti per
l'avarizia, l'ambizione e altre passioni sono forme di pazzia,
sebbene generalmente non siano reputate malattie.
Queste parole, scritte qualche secolo fa, sono ancora valide anche
se queste deficienze sono state strutturate culturalmente in modo
tale che ormai non le si giudica pi disgustose o disprezzabili.
Oggi ci incontriamo con persone che agiscono e sentono come
automi: che non hanno mai avuto un'esperienza veramente propria,
che conoscono se stessi non come sono nella realt, ma come gli
altri si attendono che siano, il cui sorriso convenzionale ha
sostituito la risata genuina, le cui chiacchiere insignificanti
hanno sostituito il colloquio comunicativo, la cui opaca
disperazione ha preso il posto di un'autentica sofferenza. Due
cose si possono dire per costoro: una  che soffrono di una
mancanza di spontaneit e di individualit che pu sembrare
incurabile; nello stesso tempo si pu anche rilevare come essi non
sono essenzialmente diversi da milioni di altri che si trovano in
eguali condizioni. Alla maggior parte di loro la cultura fornisce
strutture che li mettono in grado di vivere con una deficienza
senza ammalarsi. E' come se ogni cultura fornisse il rimedio
contro le esplosioni di evidenti sintomi nevrotici, conseguenza
della deficienza che questa stessa cultura ha provocato.
Supponiamo che nella cultura occidentale il cinema, la radio, la
televisione, gli avvenimenti sportivi e i giornali siano sospesi
per quattro sole settimane. Chiuse queste diverse vie di evasione,
quali sarebbero le conseguenze per gente ridotta solo alle proprie
risorse? Indubbiamente, seppur in cos breve tempo, si
registrerebbero esaurimenti nervosi a migliaia, e ancor pi
sarebbero le persone che cadrebbero in uno stato di ansia acuta
non diverso dal quadro clinico di una nevrosi. Se fosse tolto il
narcotico contro la deficienza sanzionata, le malattie si
manifesterebbero apertamente.
Ma per una minoranza il modello fornito dalla cultura non
funziona. Si tratta spesso di persone la cui deficienza
individuale supera il livello medio, cosicch i rimedi offerti dal
costume culturale non sono sufficienti per prevenire l'esplosione
di malattie manifeste. (Il caso tipico  quello di una persona la
cui aspirazione nella vita sia di raggiungere potere e fama. Anche
se questa aspirazione  di per se stessa un caso patologico, c'
tuttavia una differenza tra chi usa le proprie capacit per
raggiungere realisticamente la meta, e chi invece, pi gravemente
malato,  ancora cos totalmente vittima di un senso infantile
della grandezza da non far nulla per raggiungere quel che
desidera, da restare in attesa di un miracolo, e cos sentendosi
sempre pi impotente finisce per provare un senso di inutilit e
di amarezza). Ma ci sono anche coloro la cui struttura di
carattere, e di conseguenza i cui conflitti, sono diversi da
quelli della maggioranza, cosicch i rimedi validi per la maggior
parte degli altri a loro non giovano. In questi gruppi troviamo
talvolta elementi di rettitudine e sensibilit superiori al
comune, che proprio per queste ragioni, sono incapaci di accettare
il narcotico culturale, ma che nel contempo non sono, abbastanza
forti e sani da vivere salutarmente contro corrente.
La precedente discussione sulla differenza tra nevrosi e
deficienza socialmente strutturata potrebbe dare l'impressione che
purch la societ fornisse i rimedi contro le esplosioni di
sintomi manifesti, tutto andrebbe bene e contribuirebbe a
funzionare senza inciampi, per quanto grandi siano le deficienze
che essa stessa ha creato. La storia per ci mostra che questo non
avviene.
E' bens vero che l'uomo, contrariamente agli animali, dimostra
una quasi infinita capacit di adattamento; difatti, come pu
mangiare quasi ogni cosa e vivere praticamente sotto qualsiasi
clima, cos non esiste condizione psichica che egli non possa
sopportare e nella quale non riesca a tirare avanti. Egli pu
vivere libero o in schiavit, nella ricchezza e nel lusso o mezzo
morto di fame e di freddo. Pu vivere da soldato o da uomo
pacifico; pu essere sfruttatore e ladro oppure membro di una
fraterna comunit. Sono poche le condizioni psichiche in cui
l'uomo non possa vivere, e non c' quasi nulla che non si possa
fare di lui o per cui non possa essere adoperato. Tutte queste
considerazioni sembrano giustificare la tesi secondo cui una
natura comune a tutti gli uomini non esiste; il che significa
praticamente che non esiste una specie uomo tranne che m senso
anatomico e fisiologico.
Tuttavia, a dispetto di ogni evidenza, la storia dell'uomo mostra
che abbiamo trascurato un fatto. Despoti e cricche dirigenti
possono riuscire a dominare e sfruttare i loro consimili, ma non
possono prevenire le reazioni a questo trattamento inumano. I loro
sudditi si spaventeranno, diverranno sospettosi, si isoleranno; se
non per cause esterne, il loro sistema ad un certo momento
croller perch paure, sospetti ed isolamenti renderanno la
maggioranza inadatta ad esercitare le sue funzioni in maniera
effettiva ed intelligente. Intere nazioni o gruppi entro di esse
possono esser messe in servit o sfruttate per molto tempo, ma
reagiranno. Reagiranno con l'apatia o con una tal diminuita
partecipazione dell'intelligenza, dell'iniziativa e delle
capacit, che essi gradualmente non saranno pi in grado di
svolgere quelle funzioni che servirebbero ai loro capi. Oppure
reagiranno con una tale carica di odio e di volont di distruzione
da provocare la fine di se stessi, dei capi e del sistema. Inoltre
la loro reazione pu suscitare uno spirito di indipendenza e un
desiderio di libert tali da porre col loro impulso creativo le
premesse per una societ migliore. Dipende da molti fattori, sia
relativi alla situazione economica e politica sia al clima
spirituale in cui la gente vive, che la reazione avvenga in un
modo o in un altro. Ma quale essa sia, l'affermazione che l'uomo
pu vivere in quasi tutte le condizioni  vera soltanto a met;
occorre completarla con l'altra: se egli vive in condizioni
contrarie alla sua natura e ai requisiti essenziali allo sviluppo
e alla salute umana, non pu fare a meno di reagire; dovr
decadere e perire oppure creare condizioni pi conformi ai suoi
bisogni.
Che la natura umana e la societ possano avere esigenze tra loro
inconciliabili e di conseguenza una intera societ possa essere
malata,  una tesi che fu presentata molto chiaramente da Freud,
particolarmente in Das Unbehagen in der Kultur.
Egli parte dalla premessa di una natura comune a tutta la razza
umana al di sopra di tutte le culture e di tutte le epoche, e di
certi bisogni ed aspirazioni definibili, inerenti a questa natura.
Freud  convinto che cultura e civilt si sviluppino in un sempre
crescente contrasto con i bisogni dell'uomo, e cos giunge al
concetto di nevrosi sociale. Se l'evoluzione della civilt,
egli scrive, ha una somiglianza cos profonda con lo sviluppo
dell'individuo e se gli stessi metodi sono usati per ambedue, non
potrebbe esser giustificata la diagnosi che molti sistemi di
civilt, o suoi periodi, o forse anche tutta l'umanit sono
diventati nevrotici sotto la pressione delle tendenze generali
della civilt? All'esame analitico di queste nevrosi potrebbero
seguire raccomandazioni terapeutiche di grande utilit pratica. E
non direi che tale tentativo di applicare la psicanalisi alla
societ civile sarebbe stravagante o votato alla sterilit. Ma
occorre esser cauti, e non dimenticare che, dopo tutto, abbiamo a
che fare soltanto con analogie, e che  pericoloso, non solo con
gli uomini ma anche con i concetti, strapparli dal terreno in cui
nascono e si sono maturati. La diagnosi di nevrosi collettiva
tuttavia si scontrer con difficolt non comuni. Nelle nevrosi di
un individuo possiamo servirci, come punto di partenza, del
contrasto che si presenta tra il paziente e il suo ambiente, che
noi presumiamo essere "normale"; mentre nessun archetipo di questo
genere sarebbe valido per una qualsiasi societ malata, e
bisognerebbe supplirvi in qualche altro modo. Riguardo alle
applicazioni terapeutiche che noi conosciamo, a che cosa potrebbe
servire la pi acuta analisi di nevrosi sociale dal momento che
nessuno ha il potere dl costringere la comunit ad adottare la
terapia? Ma a dispetto di tutte queste difficolt, noi speriamo
che un giorno qualcuno voglia arrischiarsi in queste ricerche
sulla patologia delle comunit civili.
Questo libro vuol arrischiarsi in queste ricerche. Esso si basa
sull'idea che una societ sana sia quella che corrisponde ai
bisogni dell'uomo, non necessariamente a quelli che egli sente
essere i suoi bisogni, perch anche le aspirazioni pi patologiche
possono essere sentite soggettivamente come quelle che un
individuo maggiormente desidera, ma a quelli che sono
obiettivamente i suoi bisogni, quali possono essere accertati
dallo studio dell'uomo. Il nostro primo compito  di determinare
quale sia la natura dell'uomo, e quali i bisogni che da essa
derivano. Dovremo poi procedere ad esaminare il ruolo svolto dalla
societ nella evoluzione dell'uomo e la sua azione di stimolo
sullo sviluppo dell'umanit; dovremo studiare altres i periodici
conflitti tra natura umana e societ e le loro conseguenze,
particolarmente per quanto interessa la societ moderna.

 (E. Fromm, Psicoanalisi della societ contemporanea, Edizioni di
Comunit, Milano, 1964, pagine 21-28)
